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Repubblicani Il P.R.I. di Carrara (MS)
IX Febbraio 1849 - La Repubblica Romana
post pubblicato in Commemorazioni, il 8 febbraio 2010
Una battaglia repubblicana per la libertà - Il significato di una storia che non si è ancora esaurita

Il segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano Francesco Nucara è intervenuto domenica scorsa al Salone Comunale di Forlì in occasione della commemorazione della Repubblica Romana (IX Febbraio 1849). Pubblichiamo il testo del suo intervento.

Sono curiosi questi repubblicani che si riuniscono ogni 9 febbraio per ricordare una manciata di giorni di quasi due secoli fa. In fondo è stata breve la nostra epopea e molto controversa.

Mi ricordo di Togliatti quando ci definiva "i vinti della storia". Saremo anche vinti, ma indomiti. E un certo gusto a ricordare la Repubblica Romana lo assaporiamo meglio, da quando più nessuno ricorda l’Ottobre russo.

Le rivoluzioni sono sempre state capaci di sollevare grandi passioni, ma l’idea di una Repubblica, l’idea di giustizia, è una passione più profonda che richiede una riflessione più attenta e maggior tempo.

Parafrasando Mazzini: quello che è morto per gli altri partiti, è sonno per noi.

Ho avuto modo, recentemente, di contestare una visione repubblicana del professor Viroli, che mi pare sia forlivese, nel corso della presentazione di un libro di Luciana Sbarbati e Iperide Ippoliti, per il quale ho scritto la prefazione. Il professore in questione si mostra convinto che la nostra Costituzione sia il frutto delle battaglie mazziniane, e anche per questa ragione sia intoccabile. Ora, di sciocchezze ne ho sentite tante, ma questa è davvero grossa.

La nostra Costituzione, scritta a maggioranza da comunisti e democristiani, può mai essere ispirata da Mazzini che per costoro era come fumo negli occhi? E poi, perché dovrebbe essere intoccabile qualcosa che pure prevede un metodo di revisione? La verità è che un Partito repubblicano è continuato ad esistere dal dopoguerra a oggi e continuerà a esistere, proprio perché la Repubblica che è stata realizzata non era quella ispirata da Mazzini.

Basta vedere la condizione generale del paese per capire che non ci siamo. Troppe ingiustizie, troppe diseguaglianze sociali, troppe poche opportunità. Cominciando dal lavoro, su cui la Costituzione si fonda, per finire ai diritti di libertà, che sono il fondamento che avremmo voluto darle noi repubblicani. Ho passato quasi un anno a difendere, con pochi altri esponenti politici, il diritto di morire in pace per la povera Eluana Englaro.

Non è una battaglia di cui sono orgoglioso. In un paese libero, civile, il problema non si dovrebbe nemmeno porre. Ma questo è lo stato delle cose, e i repubblicani fanno le loro battaglie anche a costo di trovarsi isolati.

Viroli ha continuato a sostenere che i repubblicani sono "servi", con astuti sottintesi e con molto poco garbo, vista l’occasione in cui si svolgeva quella discussione.

Gli abbiamo spiegato che i repubblicani, quelli che non hanno bisogno di tessere per definirsi tali, al massimo sono stati schiavizzati da monarchie e dittature, ma hanno combattuto per il loro anelito di libertà e si sono liberati da quelle catene. I servi invece non si liberano mai da niente, perché godono nell’essere servi di qualcosa o di qualcuno. E, contrariamente a quanto affermato dall’illustre studioso, le leggi si rispettano se sono giuste, altrimenti ci si ribella, come hanno sempre fatto i repubblicani nella loro lunga storia. Da Mazzini ai giorni nostri, per noi è insopportabile anche la dittatura della maggioranza.

Poche settimane fa ho letto su "La Stampa" un articolo dello scrittore Maggiani, che non sapeva cosa fosse la Trafila garibaldina a Cesenatico. E si lamentava di come la sua fosse un’ignoranza comune. La ragione è semplice: la nostra storia del Risorgimento non è una storia condivisa. Basti pensare quante volte "La Voce Repubblicana" ha dovuto polemizzare con "La Padania" per difendere la memoria di Mameli. E la Lega tutto sommato almeno ricorda Cattaneo, quando nel paese c’è chi celebra Pio IX. Bisogna pur dire però che l’analfabetismo politico porta a una distorta interpretazione di Cattaneo.

La questione cattolica non si è risolta, e a volte il principio "libera Chiesa in libero Stato" sembra un’autentica mistificazione.

Lo Stato italiano a volte dà l’impressione di essere l’anticamera del Vaticano. Un Partito Repubblicano esiste, celebra le sue date storiche e i suoi eroi, proprio per far sapere che lo Stato italiano non è anticamera di nulla.

Non abbiamo la prerogativa di non commettere errori. Magari in buona fede, ne abbiamo commessi tanti. Il più grave io credo sia la divisione del partito, dopo che vi fu chi disse che un partito storico come il nostro non poteva più vivere in un sistema elettorale maggioritario. L’idea era di poter influenzare i partiti che, con forza maggiore della nostra, si preparavano a guidare la transizione della politica italiana e a diventarne protagonisti. Era un’illusione. Le forze maggiori non si fanno guidare e sono pure insofferenti alle critiche. Il Partito Repubblicano non diventerà mai una forza di maggioranza, e tuttavia, se si mettono da parte le diatribe, le ostilità interne, e si pensa al futuro, potremmo ottenere qualcosa di utile.

Qualcosa possiamo ancora dare al nostro Paese: siamo una riserva democratica, non una riserva indiana.

L’Apostolo dell’Unità d’Italia diceva: "E’ grande più che illudersi sulla patria, il dire: la patria è caduta e noi la faremo risorgere". Dobbiamo rafforzare la nostra identità politica e possiamo confrontarci con chiunque, senza preoccuparci di chi sono i nostri interlocutori. Sono consapevole che tanti pensano che l’attuale collocazione politica del Pri sia sbagliata.

Potrei ricordare quello che scherzosamente dico a un amico già leader delle contestazioni sessantottine: "Tu sei un comunista, io sono di sinistra".

Siamo in un mondo diverso rispetto all’Ottocento e anche al Novecento, e la cultura mazziniana si deve plasmare su questa realtà. E’ stata la battaglia storica di Ugo La Malfa: attualizzare alla società moderna il pensiero mazziniano.

Per esempio, se volessimo affrontare la questione giudiziaria – e sono soddisfatto che i rappresentanti repubblicani alla Camera abbiano votato a favore del legittimo impedimento – non potremmo affrontarla come negli anni Cinquanta, poiché quello che era e dovrebbe essere tuttora l’Ordine giudiziario si è trasformato in "potere giudiziario", di pari livello con il potere esecutivo e talvolta con quello legislativo. Per la verità, la questione giudiziaria nel nostro paese non si apre oggi, bensì con i governi precedenti: è una questione che ha interessato e fatto cadere, per ultimo, quello di Prodi.

La vecchia Costituzione, con tutti i suoi difetti, aveva un pregio: non ritenere la magistratura un potere, bensì un ordinamento. Il potere era nel Parlamento, che rappresentava la sovranità popolare. Su questo i repubblicani non hanno obiezioni, e questo spirito costituente va salvato. Invece è stato stravolto.

Troviamo singolare che la Costituzione non si possa toccare, quando è stato già modificato l’articolo sull’immunità parlamentare, senza parlare della completa revisione del Titolo V.

Eppure l’immunità parlamentare garantisce la sovranità popolare, consentendo di costituire il miglior governo possibile, senza il rischio che un magistrato metta un parlamentare sotto inchiesta. Noi certamente non difendiamo i corrotti, e ricordiamo sempre che nella storia della nostra Repubblica solo un deputato – un repubblicano – nel proclamare la propria innocenza chiese anche, ove il Parlamento lo avesse ritenuto opportuno, di essere arrestato, secondo la richiesta del pubblico ministero.

Trovo incredibile che nel Partito democratico ci sia scarsa sensibilità al riguardo, e si continui a urlare contro le leggi ad personam, quando invece è la democrazia repubblicana a essere minacciata.

Nel ‘93 un giudice disse di voler rivoltare l’Italia come un calzino, e ciò non è accettabile.

Serve un limite all’indagine giudiziaria. Perché è vero che esiste ancora corruzione nel paese, come esisteva ai tempi di Giolitti. Tuttavia l’attivismo della magistratura sembra a volte volerla strumentalizzare, e non combatterla.

Il popolo è in grado di giudicare da sé i suoi governanti, e di scegliersene di migliori e diversi, e lo ha dimostrato proprio nel ‘92 quando sconfisse il quadripartito e premiò parzialmente i repubblicani, che erano usciti dal governo un anno prima per cercare un nuovo equilibrio politico.

Non abbiamo fatto molti passi avanti da allora, e una forza come la nostra tende sempre a raggiungere un equilibrio politico migliore, senza l’input delle indagini giudiziarie.

E, se riterremo opportuno domani un nuovo equilibrio politico, questo avverrà sulla libera elaborazione e convinzione del popolo repubblicano. Lo stesso popolo che celebra da decenni il 9 febbraio.

All’onorevole Bersani daremmo volentieri una mano, da repubblicani convinti che l’opposizione non solo è utile ma è necessaria, se mira a dare un contributo riformatore con serietà, evitando di accompagnarsi a forze politiche e personaggi poco seri.

Un paese senza opposizione è un paese in agonia, ma un paese con un’opposizione di tipo terroristico è un paese morto.

Mazzini sosteneva: "Non è dato all’opposizione se non porre a nudo la sterilità, il decadimento, l’esaurimento di un principio. Al di là sta per essa il vuoto. E non s’innalza un edificio sul vuoto".

Se un giorno, vicino o lontano non importa, dovessimo intraprendere altre vie, cercheremo quelle a noi più confacenti, che non possono essere quelle dei trasformisti alla Fregoli.

Le nostre battaglie future dovranno essere prive di egoismi e obiettivi personali: dovremo pensare al bene comune, quand’anche esso non coincida con il nostro interesse particolare. Sono sempre più convinto del pensiero mazziniano: "Predicare, combattere, agire". 

vedi articolo originale

Un buon 2010 per l’Edera
post pubblicato in Nota politica, il 1 gennaio 2010
Una liberaldemocrazia mazziniana nel nostro futuro

di Francesco Nucara

Come dice Roberto Beccantini, giornalista sportivo de "La Stampa", "sarà un anno di sentenze il 2010". Egli si riferisce ovviamente allo sport, ma quest’assunto possiamo tranquillamente trasferirlo alla politica.

E’ molto difficile per noi fare un bilancio politico-partitico dell’anno che si chiude.

Troppe sono le scorie che ci portiamo dietro dagli ultimi anni. Vorremmo che le nostre arterie intasate da anni di accumulo di placche di colesterolo improvvisamente si liberassero da queste ostruzioni e cominciassero a funzionare perfettamente. Non è così e non sarà così.

In questi due anni trascorsi siamo stati talvolta blanditi e insieme subito dopo accusati di tutto. Per dirla con Alan Dershowitz, il più noto avvocato penalista americano, a proposito degli ebrei nemici di Israele: "Queste sono accuse formulate su metafore, imputazioni basate su propaganda, processi guidati da fanatismo, colpe argomentate con la retorica, sentenze dettate dagli slogan".

Sono gli avversari repubblicani nel Partito Repubblicano Italiano che, a corto di argomenti logici sul posizionamento politico, tentano di ribaltare una situazione che loro stessi hanno contribuito a stabilizzare o almeno hanno tentato di farlo non più tardi di un anno fa. Se vogliamo con le nostre modeste forze contribuire a fermare la crisi della politica, bisogna farla finita con la prevalenza dei poteri forti, quelli che danno l’indirizzo politico-parlamentare al Paese senza mai pagare dazio sui tanti errori commessi.

Noi rimaniamo ancorati all’idea del primato della politica.

Questo vale anche per le liberalizzazioni, che non possono essere il viatico verso un mercatismo selvaggio, a discapito delle classi più deboli e con la fine delle pari opportunità per tutti.

Il futuro del PRI è nel progetto liberaldemocratico moderno e ne sentiremo parlare molto presto.

Naturalmente con il ruolo e la capacità che attiene ad ognuno di noi. C’è chi ha il piacere di dilettarsi in letture più o meno amene e chi invece sente il dovere di un lavoro fisico, a volte logorante, per far vivere una famiglia ereditata allo sfascio e con i figli che scappavano a destra e a manca anche per la paura, non del tutto mal riposta, che la casa stesse per crollare.

E’ difficile riprendere un cammino comune che abbia come obiettivo esclusivo l’interesse generale del repubblicanesimo: troppo rancore si è accumulato contro un gruppo dirigente che ha l’unico torto di aver salvato la barca dal naufragio certo. Tuttavia al rancore degli altri noi porgiamo una stretta di mano e la voglia di un confronto per decidere insieme il da farsi.

Come dice Mario Calabresi nel suo ultimo libro "La fortuna non esiste": "Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con cui ti metti in piedi".

Noi ci rifiutiamo di arrenderci e di dileguarci in questo o quel partito e non intendiamo nemmeno fare la fine del giapponese che, finita la seconda guerra mondiale, continuava una sua personale guerra.

Intendiamo batterci e lottare per continuare una storia che non abbiamo iniziato noi ma che certamente non vogliamo chiudere noi. Il nostro compito-dovere è quello di dare ad altri la possibilità di continuarla, questa storia. Una storia che nasce con il Risorgimento e che qualcuno vorrebbe capovolgere. Non lo consentiremo e utilizzeremo tutte le nostre forze attualizzando alla società moderna il pensiero mazziniano, seguendo il percorso tracciato da Ugo La Malfa.

Scriveva Piero Calamandrei: "Dove finisce la santa fierezza che comanda di non piegar la schiena di fronte alle soperchierie, e dove comincia la bassa e petulante litigiosità che rifugge da ogni senso di sociale tolleranza e di comprensione umana? E’ questo uno dei più difficili problemi che ogni giorno tormentano la coscienza dell’avvocato…".

Ecco, noi siamo e saremo gli avvocati dell’idea repubblicana che va aggiornata anche o soprattutto con un ricambio generazionale; esso però non deve significare ricambio anagrafico, bensì freschezza delle idee e ostinazione a volerne affermare la bontà.

A noi interessa più la sorte del Partito che quella del Governo. Tuttavia la maggioranza parlamentare di cui tutt’oggi il PRI fa parte è piena di luci ed ombre. Attaccarla sull’economia ci sembra un errore fatale visto che l’Italia, pure in crisi, lo è meno degli altri paesi.

Sarebbe noioso citare qui tutti gli indici economici forniti dall’OCSE, da Moody’s, o dal FMI.

E’ nelle libertà civili e sulla laicità dello Stato che dobbiamo condurre le nostre battaglie parlamentari, anche votando contro la maggioranza, ma in quest’ultimo caso, probabilmente, anche contro alleati che qualcuno prefigura in un prossimo futuro e che comunque sarà il congresso di aprile a definire.

Quando si ha voglia di lottare per gli altri prima che per se stessi, quando le idee contano più di noi stessi, quando si è certi di stare dalla parte del giusto niente è impossibile.

Scriveva il principe di Metternich: "Ebbi a lottare contro il più grande dei soldati, giunsi a mettere d’accordo imperatori e re, uno czar, un sultano, un papa, principati e repubbliche, avviluppai e sciolsi venti intrighi di corte, ma nessuno mi diede maggiori fastidi al mondo d’un brigante d’Italiano, magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato. Il quale ha nome Giuseppe Mazzini".

Forse se avessimo in noi un po’ degli aggettivi sferzanti che Metternich attribuisce a Mazzini potremmo, ancora una volta, vincere la nostra battaglia per l’esistenza di un’idea secolare.

Buon 2010 ai nostri lettori, ai repubblicani con la tessera e a quelli senza. Buon anno all’Italia!

vedi articolo originale
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